mercoledì 22 maggio 2013

26/5/2013 Santissima Trinità - Anno C

Pro 8, 22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15
omelia
Santissima Trinità - Anno C
 
Il mistero della Santissima Trinità ricorda che senza amore non c’è vita, senza il Dio-amore non c’è sostentamento fisico e spirituale. Festeggiarla è ringraziare Colui che ci ha permesso di fare questa esperienza unica che comunemente chiamiamo vita; fatta di gioie e di dolori ma soprattutto, di scelte, che consentono in ogni momento di scoprire quanto siamo preziosi e belli, e quanto più lo saremmo se scegliessimo di seguire sempre il nostro prototipo: l’uomo Gesù. Nell’ascolto della sua parola e nel nutrimento offertoci dal miracolo eucaristico, la sequela è possibile. Rinunciare a questo “ben di Dio” sarebbe davvero un peccato… mortale.

Sia lodato Gesù Cristo.
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venerdì 3 maggio 2013

5/5/2013 VI domenica di Pasqua - Anno C

At 15, 1-2. 22-29; Sal 66; Ap 21, 10-14. 22-23; Gv 14, 23-29
omelia, commento, riflessione
VI domenica di Pasqua - Anno (C) 
   
   Il vangelo di oggi mostra Gesù nell’impossibilità di operare prodigi e guarigioni a causa della mancanza di fede delle persone che incontrava. E' un monito che non conosce epoca. Dobbiamo costantemente lavorare sulla nostra fede e sull’amore per Dio, attraverso i metodi più efficaci in nostro possesso: la preghiera e la carità; queste sono strade sicure, per comprendere la sua volontà e per aiutare la nostra a conformarvisi. Un segno tangibile della loro efficacia è la presenza stabile di una pace interiore che nessuna realtà mondana può regalare, ovvero la consolazione del Paraclito: vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come quella che dà il mondo. Un cuore abitato dallo Spirito trabocca di serenità, di gioia, così intensa da non poterla nascondere, da non riuscire a trattenerla.
   Lasciamo che lo Spirito di Dio agisca dentro di noi, che sbocci come fosse un fiore. Permettiamogli d’aprirsi in tutta la sua bellezza e di effondere la sua fragranza cosicché, noi e chi c'incontra possiamo sperimentare il paradiso: pegno sicuro per il domani e invito a trepidante attesa per il presente.

giovedì 25 aprile 2013

28/5/2013 V domenica di Pasqua - Anno C

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33. 34-35
omelia, commento
 V domenica di Pasqua - Anno C
 
  È una verità assoluta: per godere la pienezza dell’amore è necessario attendere con fiducia la sua manifestazione. Nel frattempo può accadere di tutto, possiamo anche sperimentare dolore, smarrimento, sconforto, preoccupazione... l’importante è restare saldi nella decisione di amare l’amore.
    Amarlo ci consente di vivere la solita esperienza degli apostoli nel cenacolo e di ricevere da Gesù quel comandamento che cambia radicalmente la vita di ogni persona: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Di seguito, il concetto è ulteriormente chiarito: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Questa è la nostra carta d’identità; il documento che qualifica l’origine e la meta del nostro cammino: siamo rinati nel battesimo di Cristo e siamo diretti verso di lui.
    Leggendo questo passo però, fa tristezza vedere che uno dei dodici non è più incluso tra i destinatari del precetto dell’amore. Gesù, infatti, attende che Giuda si allontani dal gruppo prima di consegnare il suo comandamento nuovo. Lo fa per rispetto; non vuole turbare la libertà di chi ha deciso di separarsi di lui. Questo penso sia il modo più straordinario di affrontare il tradimento di un amico: Gesù sa che l’Iscariota non è più in grado di capire e di accettare le sue parole, perciò, tacere in sua presenza è segno di grande carità. È la delicatezza di un Dio che non smette mai di amare, neanche quando lo bestemmiamo col disprezzo della vita, condannandolo a una morte infamante.
    È un paradosso ma, la glorificazione del Figlio dell’uomo, si realizza di più per il tradimento di Giuda che per l’amore fedele degli altri discepoli. Ciò dimostra che Dio accoglie qualunque espressione del cuore umano, anche la più contraddittoria: amore e odio, disponibilità e rifiuto, fedeltà e infedeltà…, solo davanti alla tiepidezza si arrende. Allora, prima di vedere Giuda precipitato tra i dannati dell’inferno, credo sia giusto immaginarlo là, dove la sua capacità di dono l’ha condotto. Non sapendo cosa Giuda ha raccolto dall’esperienza col Cristo, non possiamo sapere con che cosa si è presentato a Dio dopo la sua tragica scomparsa.
    Il tradimento, certamente, non è la forma più costruttiva dell’amore, però, anche la cenere di un fuoco distruttivo può fertilizzare il terreno, generando vita; la morte redentrice del Cristo ha avuto questo scopo e, come Giuda, anche lui ha sperimentato l’indicibile angoscia di una separazione dall’amore: Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato?
    Perciò il comando evangelico di amarci gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, è un invito ad assumere i suoi sentimenti, a partire da quello di non giudicare mai con moralismo la sofferenza altrui; nemmeno quella di chi – in preda alla disperazione – decide di scendere dalle braccia di una croce, per farsi accogliere anzitempo da quella della terra. Anche questo è un segno di abbandono fiducioso, che il Dio-Amore non lascia cadere nell’oblio.
 
Sia lodato Gesù Cristo.

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